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FRAMMENTI DI CONOSCENZA

PERCHÈ BEETHOVEN NON È UN ROMANTICO?

L’appartenenza di Ludwig van Beethoven al movimento del classicismo musicale è un fatto ormai assodato: in passato la questione ha generato tenaci controversie, ma si può definire una cosa ad oggi risolta.
Nonostante ciò, nella mente di molti ascoltatori l’identità artistica di Beethoven continua a rimanere fonte di un certo imbarazzo, alimentato soprattutto dall’unicità dello stile di questo grande e dalla natura multiforme, sottile e spesso tecnica dei motivi che fanno di Beethoven un compositore classico. In particolare, alcuni fattori contribuiscono alla sopravvivenza del mito di un Beethoven protoromantico o perlomeno parzialmente appartenente al movimento del Romanticismo. Andiamo ad elencarli brevemente.
Innanzitutto, l’immediata e sensibile diversità della sua musica nei confronti di quella dei classici per antonomasia, Haydn e Mozart: ascoltando la Terza Sinfonia o il „Fidelio“, chi potrebbe mai fraintenderli per lavori di questi ultimi?
In secondo luogo, il lavoro di romanticizzazione della musica e successivamente della vita di Beethoven attuato nel corso dell’Ottocento: a partire dai suoi stessi contemporanei, E.T.A.Hoffmann primo tra tutti, il Romanticismo ha fatto di tutto per interpretare l’opera e molti episodi (accuratamente selezionati) della biografia di Beethoven per crearne un mito che lo identifica come uno dei loro.
In ultimo, la grande notorietà di alcuni suoi pezzi (la bagatella „Für Elise“ e il primo movimento della sonata op.27 n.2 sono esempi lampanti) che effettivamente anticipano in un modo o nell’altro il linguaggio romantico.
Tutto ciò ha contribuito a facilitare l’inganno storico di cui stiamo trattando.

Come già accennato, volendo spiegare l’interezza dei motivi che rendono Beethoven un classico ci si dovrebbe dilungare parecchio, anche in termini tecnici, cosa che non vogliamo fare in questa sede; sarebbe però necessario per dimostrare quanto in effetti le differenze stilistiche nei confronti di Haydn e Mozart siano più apparenti che sostanziali.
Nonostante ciò, il cuore della questione esula da considerazioni tecnico-musicali: la distanza di Beethoven dal Romanticismo in definitiva poggia su una causa culturale, che definisce prima di tutte le altre la sua identità di artista.
Semplificando la storia in maniera un po’ grossolana, ma essenzialmente corretta, i movimenti del Classicismo e del Romanticismo sono antitetici e riconducibili a ideologie molto ben caratterizzate: possiamo definire il primo come espressione artistica dell’Illuminismo settecentesco e conseguentemente del razionalismo, del cosmopolitismo e dell’esaltazione del linguaggio e della retorica; il secondo come veicolo di individualismo, nazionalismo e volontà di esplorazione ed espressione del mondo interiore e soggettivo.

Tenendo a mente questi presupposti, diventa molto più semplice identificare la matrice culturale da cui nasce Beethoven, il compositore umanista per eccellenza, che sempre parla a tutti come parte di una collettività, mai contrapponendo l’Io alla massa secondo il modello romantico. È impressionante quanto spesso nella produzione beethoveniana ci si imbatte nell’espressione ed esaltazione del valori di libertà, uguaglianza e fratellanza, frutti dell’esperienza dell’Illuminismo e centro ideologico della Rivoluzione Francese.
Gli esempi si sprecano: il Fidelio parla di non-arbitrarietà della giustizia e diritto alla libertà di tutti; le musiche di scena per l’Egmont di Goethe della rettitutine della lotta di un popolo per la propria autodeterminazione; la Nona Sinfonia della fratellanza universale in nome di un deismo di stampo aconfessionale. Già nelle cantate giovanili in morte di Giuseppe II e per l’incoronazione del suo successore Leopoldo II, composte da un Beethoven ventenne pochi mesi dopo la presa della Bastiglia, mostrano un’evidente adesione ai valori illuministi della Rivoluzione, di cui Beethoven osservò il fallimento politico, senza però mai voltare le spalle alla sua ideologia.

Un’ultima osservazione riguarda quelle composizioni beethoveniane che sono avvolte da un’inequivocabile aura romantica: ne esistono diverse, e non è nostra intenzione minimizzarne l’importanza nè tantomeno relativizzare quanto in effetti anticipino il linguaggio musicale di Chopin o Schumann.
La nostra obiezione non è infatti che tali lavori non siano effettivamente di stampo romantico; bensì che la loro esistenza giustifichi sostenere che Beethoven sia di conseguenza il profeta e iniziatore del movimento, come i Romantici stessi predicarono.Ragionando a questa stregua infatti si dovrebbe considerare Beethoven profeta e iniziatore anche di ben altri stili che ha in modo parecchio sorprendente anticipato in alcune composizioni: non si trovano forse toni jazzistici in diversi suoi lavori pianistici, soprattutto nella sonata op.111? Sarebbe però assurdo indicare in Beethoven una sorta di compositore di Jazz.
Lo stesso vale per alcuni movimenti degli ultimi quartetti per archi, così incredibilmente vicini a una scrittura novecentesca; o per il finale dell’Ottava Sinfonia, che fa pensare a un neoclassicismo stravinskiano; e via discorrendo. Ci sono in effetti ben poche cose nella storia della musica seguente che Beethoven non abbia in qualche modo anticipato; il Romanticismo fu tra tutti semplicemente il movimento più prossimo e incipiente.

In conclusione, non c’è da stupirsi che i romantici, che si abbeverarono alla fonte dell’arte beethoveniana, abbiano tentato di appropriarsene, né tantomeno da pensare che l’abbiano fatto con malizia: la musica di Beethoven ha la potenza di una rivoluzione ed è solo naturale che gli anni che la vissero percepissero un profondo cambiamento in essa e attraverso di essa.
È al contrario necessaria la ben più ampia prospettiva storica maturata con il passare dei decenni per vederne i legami col passato e la continuità culturale con esso, combinati a quella unicità irresistibile che non smetterà mai di conquistarci.

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